lunedì 28 ottobre 2013

IL DEMONE È SEMPRE IL DEMONE
Non che il demone abbia spesso ragione. Anzi. La maggior parte delle volte dice talmente tante stronzate da farmi pensare che l’unico merito che abbia mai avuto sia quello di essersi trombato più donne di Rocco Siffredi. E, forse, è perché conta più una buona lingua di un gran cazzo. O, forse, è perché a certe donne piacciono tanto le mascherate. Boh! Sta di fatto che nelle sue esternazioni da rockstar nemmeno tanto avvezza all’alcool e alle droghe ci sono spesso parecchie cazzate. Siano ad esempio il suo sostegno ad un coglione qual era Bush (ed uso un imperfetto auspicandolo morto) o il suo strenuo appoggio a tutte le campagne contro il libero download musicale e non. Però il demone è sempre il demone. Uno che nei primi settanta ha portato il metal sui grandi palcoscenici. Certo, era un glam di poco conto, una musichetta che se la senti adesso mentre sei al cesso ti fa cadere le palle dentro al water, però il soggetto il suo buon rispetto lo merita. Per lo meno merita l’attenzione di essere ascoltato prima di essere giudicato. E stavolta devo dire che ci acchiappa parecchio. Perché pure io mi sono stancato della strumentalizzazione della morte per fabbricare dei miti. Perché le tre J erano una cosa ma Amy Winehouse era proprio un’altra. E perché non basta giocar bene una partita per essere considerati dei fuoriclasse. Per quello ci vuole una carriera, degli scudetti, delle coppe se non dei campionati del mondo vinti. E Amy Winehouse ha fatto due dischi, il primo faceva pena mentre il secondo era un’eccellenza ma non sapremo mai se la ragazza era quella dell’esordio o quella del suo seguito. E non basta certo una decina di tracce per parlare di un’icona. Ha ragione il demone. Per cui si rispetti la morte e non se ne faccia lo strumento di mercificazione che sta diventando. E voi smettetela di cinguettare sul trapasso di Lou Reed, per dio, tanto lui era già grande prima di morire. Non a caso ha lavorato col demone in Music from The Elder. Roba seria. Kiss & Lou Reed: World without heroes