mercoledì 11 settembre 2013

ANAAL NATHRAKH - VANITAS
Mi chiama il capo. E so che non sarà per fare il capo per davvero perché ho certezza che non ne sia capace. Perché quello del capo è un ruolo che ti offre il campo e non la lotteria delle poltrone. E, poi, perché capo lo sei e non lo puoi soltanto fare che, altrimenti, resti un cazzo. E, infatti, il mio capo è un cazzo oltre che una testa di cazzo. Per cui il vero capo sono io. E a questo penso mentre avanzo verso le sue stanze deducendo che molto probabilmente sta affogando nella sua diarrea e che vuole dividere con me qualche bracciata a stile libero. Ma ehi! Gigi, che cazzo è quell’arnese? Chiedo osservando quell’oggetto pseudo-metallico in bella evidenza sulla sua scrivania vuota. Ma lui glissa. E piagnucola qualcosa su qualcuno che gli deve aver messo al culo qualche faccenda su cui io lo avevo consigliato su un agire contrario. Per cui si fotta. Che non nuoterò con lui. Nemmeno a rana che mi piace tanto. Nemmeno a dorso che mi rilassa. La vasca di merda gliela lascio tutta e che ci navighi dentro da solo. Se lo merita. Intanto continuo a fissare quel coso lì sulla scrivania. Che dev’essere un plug anale. E lui geme e recrimina. Torcendosi peraltro quelle due cazzo di dita ingessate della mano destra che, con ogni probabilità, deve essersi fratturato prima di fare il nuovo acquisto. Perché gli sono sempre piaciuti i giochini autosodomizzanti. Troppo. Per cui non mi lascio distrarre. Che quell’oggetto merita di essere studiato. Parte stretto. Si allarga. Poi si richiude. E possiede delle spire a molla facilmente dilatabili ma estremamente ben levigate. E una targhetta. Hand trainer. Ma non mi frega con la scusa delle fratture. Non mi fotte. Dico di si a quello che mi chiede ed esco sapendo che non farò nulla visto che non l’ho proprio ascoltato. Anche perché tutta questa analità villosa mi ha ferito. Ma pure perché mi ha fatto venire in mente gli Anaal Nathrakh. Che non hanno un cazzo a che fare con la questione visto che sono il respiro del serpente. Ma poco importa. Così cerco Vanitas e lo faccio partire. Che è uno dei rari casi di black contaminato dal grind. Qualcosa che fa di questi inglesi un’eccellenza impossibile da non amare. E, infatti, io li amo. Sebbene l’immagine del mio capo che si autoincula con l’hand trainer non mi molla. Ma, se riuscirò ad arrivare fino in fondo al disco, potrei subliminarla. Per evitare di avere incubi notturni dopo. E, non avevo dubbi, che andava così. Che gli Anaal sanno fare il loro mestiere. E quando arrivo alla purulente bellezza di Of fire and fucking pigs l’anale peloso è ormai scemato via. E la lucida follia di A metaphor for the dead rimette ogni cosa al suo posto come in un tetris vinto. È questo il potere del metal. E che sempre siano lodati gli Anaal. Sempre. E, se volete unirvi alla preghiera pure voi, inginocchiatevi qui


DEICIDE
When London Burns
Live at The Mean Fiddler, London, 29.11.2004