lunedì 18 febbraio 2013

DJANGO UNCHAINED
Nessuno di noi si ricorda il Vietnam ma, negli anni, ne abbiamo saputo un bel po’. Sia dalla tanta cinematografia in tema, sia dai numerosi folk singer che lo hanno cantato facendoci sopra delle belle carriere. Solo che, tra questi menestrelli della guerra, sono passati alla storia soltanto quelli che ne hanno mandato un messaggio chiaro, ben diretto, di facile consumo. Non tutti gli altri. Perché la massa, in fondo, è cogliona e non sa estrapolare il subliminale o un pensiero non scritto, e non si rende conto che una The End cantata da Jim Morrison illustrava la morte vietnamita meglio di una ballata di Joan Baez. O che la Star Spangled Banner sparata da Jimi era di gran lunga più antimilitarista delle canzoncine di Joe Cocker. Ma così era. E, detto ciò, oggi è rimasto come ieri. La gente è ancora difettosa. E c’è chi da’ spago ad un intellettualoide colored che si arroga il diritto di dire cazzate su Tarantino solo perché usa 4656 volte la parola nigger in questo suo nuovo film. Quasi che si debba essere neri per poter portare un messaggio antirazzista. Cosa che mi disgusta. Solo che non sarò io a dilungarmi sulla coglionaggine di Spike Lee. Non ci perdo tempo. Come non lo perdo sulla critica cinematografica. Non mi interessa. Io so solo che in questo lavoro il nostro Quentin si spiega bene. Con alcune battute felicissime messe in bocca al buono del film e, soprattutto, con la magnifica scena in cui ridicolizza quelle merde incappucciate del KKK. Un pezzo da antologia che, da solo, potrebbe valere tutto il film. Perché questo è fare arte. Questo è il miglior modo di far circolare un pensiero. Canzonando l’antitetico. Magari senza quella rabbia indomita che fa più male al mittente che al destinatario. Ma, certo, ci vuole attitudine e capacità per saperlo fare. E non tutti la possiedono. Allora tacciano gli incapaci! E vada avanti Quentin. Dritto per la sua strada. Che da gran genio qual è ci ha piazzato un capolavoro ancora.


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BRUXELLES: Manneken Pis