venerdì 18 gennaio 2013

IL DIAGRAMMA DI PARETO
Vilfredo Pareto è quel tizio che ha saputo inventarsi il pezzo per cui “la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause”. In parole povere, anche senza disporre di Excel, aveva diagrammato in ordine decrescente degli istogrammi a barre che rappresentano l’incidenza di una fenomenologia e, sovrapponendoli con una linea che ne indica banalmente l’andamento cumulativo, seppe osservare per primo che il rapporto tra le variabili che incidono significativamente su un risultato si aggira grosso modo sull’80/20. Che vuol dire, per esempio, che l’80% della ricchezza si concentra nelle tasche del 20% della popolazione. O, nella sua applicazione al controllo di gestione, che l'80% dei costi è determinato dal 20% delle attività svolte.


Detto ciò, e nonostante questa logica sia stata parzialmente confutata da teorie successive, nelle aziende si va a caccia di quel 20% per eliminare i costi che maggiormente incidono sui bilanci. Perché c’è la crisi. E perché comunque il mondo economico non è più dominato dalla logica di fare più ricavi possibili (perché non ci sono né idee né coraggio) ma dalla priorità di abbattere al massimo i costi. Nel nostro mondo, però, i costi del personale incidono sempre di più. Il peso dell’Irpef sui salari non ha uguali nel globo e il costo della manovalanza finisce sempre nel 20% delle cause. E, quindi, si licenzia, si mobilita, si cassa integra e non si assume. Lasciando così morire un paese. Per cui due cose le abbiamo imparate: la prima è che presto o tardi si inventeranno un cazzo di robot anche per fare l’idraulico. La seconda è che se i vostri figli resteranno disoccupati per sempre la responsabilità è di un cazzo di parigino con antenati nel Belpaese e che sfoggiava con dubbio orgoglio un barbone tutto pulcioso.
LONDRA: Tower Bridge