giovedì 10 gennaio 2013



CANNIBAL CORPSE - THE BLEEDING
Giorno: ieri. Città: Roma. Mando a fare in culo tutto e tutti. Il lavoro. Il sindaco. Il traffico. Le targhe alterne che non servono a un cazzo di niente finché non s’inventeranno la macchina a merda che fa 30 km con una cagata ben fatta. E poi resto nel letto. Con la luce che penetra le persiane. Ma poca. E, al mio fianco, c’è lei. Con le sue mani calde. E le labbra tenere. E i seni che mi reclamano. Anche se c’è qualcosa che sanguina ancora dentro così come gronda da me. Che sprizziamo sangue insieme noi due. Ma ce le curiamo bene le ferite. Stiamo bene. Tanto che poi divoriamo non meno di 500 grammi di un’amatriciana squisita. E poi caffè. E poi un po’ di erba del vicino che non è sempre più verde ma che ci fa stare pure meglio. Sicché il tempo si fa lungo. Policromo. Estremamente gradevole. Le ferite si stancano di sanguinare ed io metto i Cannibal Corpse. Quasi senza volere. Quasi in automatico. The Bleeding. Che si può anche far l’amore con The Bleeding. Si. Perché sto disco ha quasi 20 anni di vita ma suona ancora divinamente. E ben si adatta al caso. Perché è il lavoro fatto sulle cicatrici. L’opera che segna il termine di un sanguinamento dolente. Della furia e della ferocia del dolore. Tanto che pure Chris Barnes si svincola in via definitiva dal gorgheggio cavernicolo e crudele dei primi dischi. Il tutto a vantaggio di un growl sempre pesante ma parecchio più profondo. Un qualcosa che ci trascina nel mistero di ciò che sarà. Al momento, in una nuova e selvaggia energia. Perché noi troviamo altro vigore. Ci rinnoviamo. Saldiamo le nostre pelli. Scoprendo robustezze che ci immettono nella bellezza di un pomeriggio inatteso. In cui il plasma smette di fluire. E the bleeding is over. Ieri. Qui