lunedì 26 novembre 2012

OBITUARY - CAUSE OF DEATH 
Bersani o Renzi. Milan o Juve. Alonso o Vettel. La botte piena o la moglie ubriaca. Il weekend scorre tra dualismi irrisolti che non chiariranno un cazzo comunque andrà a finire. Perché la gente, in fin dei conti, è tornata al baratto anche se lo chiama swap. E questa è la cruda realtà di cui non ci si accorge o che non si vuole vedere. Ma per i sedicenni di oggi non c’è salvezza. Né santità. Né redenzione. C’è solo una morte in cui ci verrà reso tutto. E la sofferenza nel frattempo. Con una sola fragile opportunità di amalgamarla con qualche istante di gioia che può trovarsi soltanto tra le cosce di una donna. Che sempre morire è. Così io metto gli Obituary. Che un po’ di contrasto alla parola del dio domenicale ci vuole. Cause of death. Un disco seminale per  quelli di Wiki. E mai aggettivo migliore poteva essere pensato per questo chef-d'œuvre che, a distanza di più di vent’anni, è ancora uno dei suoni più puri partoriti dal death metal americano. Mica per niente gli Obituary sono tra i padri del genere, pur distinguendosi minimalmente per una maggiore lentezza esecutiva rispetto ai mostri cannibali e ai Death. Ma non in termini espressivi. E la devastazione sonora che producono, la graniticità di un suono che non è mai stato scalfito dal tempo, i riff mozzafiato e la voce omicida di John Tardy restano lì a ricordarci che si può morire di niente. E che di niente moriamo pure in vita. E molti di voi si staranno strizzando i coglioni ora, io lo so, però chiudere gli occhi è il primo passo per l’oltretomba. We're dying for our souls to learn. We're dying for our souls to burn. We're dying for our souls to learn. In breve, noi stiamo spirando e lo stiamo facendo pure male. Senza gloria. E allora credo che sarebbe almeno il caso di prenderne atto. Perché la messa è finita ma noi non stiamo andando in pace. Qui.