venerdì 24 agosto 2012


PUZZO DI FICO DI AMALFI
È passata mia sorella. Che non riesce mai a star ferma. Che si potrebbe pure pensare che possa essere l’inventrice del moto perpetuo se uno la misurasse sulla base dei movimenti che fa. Brevi. Lunghi. Orizzontali. Verticali. Una donna eternamente in viaggio. Che buon sangue non deve mentire e, a volte, mi fa venire pure il dubbio che ci abbia partoriti qualche donna fecondata da Marco Polo. Ma stavolta non arriva da una meta esotica. O forse si. Costiera Amalfitana, che almeno una volta nella vita bisogna andarci no? Già. Che lei c’ha pure l’animo romantico, poi. Di quelli che spesso non si riescono proprio a contenere. Comunque finisce che passa a darmi una controllata. Mi fa il tagliando. Mi cambia le pastiglie dei freni. Mi olia qualche meccanismo e stringe qualche vite. Insomma, un paio d’ore e mi rende un uomo migliore. Almeno un po’. Anche se solo all’apparenza. E adesso ho la casa piena di limoni. Limoni enormi che non so che cazzo farmene. Ma forse lei pensa presto che avrò una crisi di diarrea. E, forse, è inevitabile nel disfacimento complessivo. Ma il sintomo predominante adesso è un altro. È che c’ho sto fico di Amalfi. Che non è un frutto. Ma un profumo del cazzo. Dolciastro. Nauseante. Stomachevole. Che non metterei mai ma che stamattina ha voluto che provassi. E non mi si toglie dalla pelle. Sta bella merda. Così mi scorticherei. Mi tufferei in una vasca da bagno di acido cloridrico. Ma non solo per l’olezzo che mi porto addosso.