giovedì 21 giugno 2012


CATTLE DECAPITATION - MONOLITH OF INHUMANITY
Schizzo. E non ne posso fare a meno. E voi mi direte che non si schizza così, a cazzo. O a casaccio. Ma io schizzo da ieri sera. Senza sosta. E non si creda che non sia per una buona ragione. Perché sono finalmente entrato in possesso di questo monolite dei Cattle. Che è un disco straordinario. Qualcosa che non può lasciare indifferente un brutalloide della prima ora. Perché i Cattle non hanno mai avuto la tendenza a ripetersi sulle medesime coordinate ma, nella loro ricerca frenetica di cambiamento, sono finiti per piazzarci sulle gengive il disco che possiamo considerare definitivo. Quello del non ritorno. Quello con cui verranno confrontati tutti i successivi. Quello dopo il quale nessuna verginità sarà più possibile. E, quindi, se io so che i Cattle resteranno per sempre una di quelle band con messaggi sociali forti e potenti quanto la loro musica, so pure che, ben difficilmente, gli eredi di questo monolite potranno essere considerati all’altezza del qui presente avo. Un lavoro in cui grind e death si miscelano con sapienza, dove il growling è quasi catacombale, ma tecnicismi e modernità non sono alieni. E alieni, semmai, della più bieca specie, sono i terrestri che popolano le varie songs di questo lavoro. Gente che viviseziona. Che decapita. Che esegue carneficine con frequenza quotidiana. Sugli animali e non solo. Nell’inconsapevolezza che solo una sana misantropia potrebbe salvarci da una sempre più inevitabile estinzione. Cosa di cui io non mi preoccupo, comunque, mentre tra violenti screaming e inserzioni death fulminanti, io schizzo. Qua.