domenica 18 marzo 2012

SOULFLY - ENSLAVED
Sono più di vent’anni che mangio pane e Cavalera. Ma, pur sapendo che non è del tutto sano avere un’alimentazione poco variegata, io del nostro prode non sono mai riuscito a stufarmi. E non c’è neanche verso che ne vada in overdose. Anzi, probabilmente andrei in crisi di astinenza se non fosse che il nostro è divenuto nel tempo uno dei maggiori stakanovisti del metallo. Perché, sotto varie sigle, lui continua a macinare metal di alto rango ed io proseguo a sgranocchiarlo con l’altissimo gradimento tipico del fan sfegatato. Perché Max è come le patatine. O le ciliegie. Ed io ne mangerei a tonnellate senza mai fermarmi. Che mi piace in ogni salsa. Come la patatina ben fritta o quella un po’ bruciacchiata. Come gradisco l’asprezza di una ciliegia immatura ma pure la dolcezza di quella ormai scarlatta. E così è con Max. Di cui non riesco a non apprezzare qualsiasi cosa sappia sbraitarci in faccia. Che sia stato coi vecchi Sepultura o in tutti i suoi progetti successivi. Così attendevo questo lavoro con l’ansia che si conviene ad una primizia. Come se ogni volta mi fossi rifatto una nuova verginità e fossi pronto per una nuova deflorazione. Sicché non ero solo curioso. Ma proprio ansioso. Che io sapevo che, ancora una volta, avrei apprezzato il disco dei Soulfly. E così è. Che di Max non ci si stanca. E in questo Enslaved tutto è ancora intatto come ci si attende. C’è il death metal e ci sono i camaleontismi etnici. C’è la sfuriata hardcore e una bella serie di riff che sarebbero in grado di tritare le pietre. E poi c’è la cavernosità della sua ugola. Il ruggito del leone. Forse un po’ meno musicale di un tempo. Ma comunque dannato e sufficientemente brutale da farci ricordare i momenti migliori. Che, per me, adesso, si rinnovano qui.