lunedì 13 febbraio 2012

DOTIAMOCI DI CHININO E TIRIAMO LO SCIACQUONE
Sto seguendo con passione i fatti di Atene. Un po’ per solidarietà e un po’ perché la Grecia è un paese molto simile al nostro che potrebbe anticiparci quello che presto potrebbe accadere da noi. E proprio la loro condizione dovrebbe imporci qualche riflessione. Che qui, a forza di dibattere sul tempo o su quel coglione di Schettino, finisce che ci inculano a tutti con la carta vetro. E la prima domanda che mi sorge spontanea è se ne valga veramente la pena di restare in Europa. Perché, in fondo, ci si potrebbe staccare dal vecchio continente e si potrebbe decidere di andare a fare lo stato più a nord dell’Africa. Anche perché, riconosciamocelo, noi siamo molto più simili ai magrebini che ai vichinghi. Ed è inutile illudersi che non sia così. Lo dicono il colore della pelle. I capelli. Le abitudini. La scarsa attitudine all’ordine. E la corruzione. Così mi preoccupo quando sento dire che bisogna salvare l’Italia. Perché che Italia dovemmo salvare? Quella dei privilegi? Dei potenti, politici o preti che siano? Quella delle caste come se si fosse in India? Perché è questo il paese che ci chiede sacrifici. Un posto dove se nasci figlio di notaio, molto probabilmente sarai notaio pure tu. Dove, se nasci figlio di medico, è assai facile che finirai al Policlinico a scrivere ricette. E, se nasci figlio di professore universitario, una cattedra in ateneo non te la nega nessuno. E voi volete salvare questa Italia? Quella che in due settimane di freddo miete più di 50 cadaveri? Quella che non riesce a tirare fuori 15 persone da una nave sugli scogli mentre in Cile ne hanno tirato fuori 300 dal centro della terra? Leggeteli bene, perché i nostri non sono evidentemente numeri da paese europeo. Sono numeri da Africa. Forse da Africa nera. Che suggeriscono che dovremmo armarci di chinino e tornare proprio dalla mamma che ci che generati. Altro che Europa. Che i numeri non ingannano mai. E, anzi, probabilmente sono lo specchio di una occasione. Perché questa crisi senza fondo è anche un’opportunità. Di tirare lo sciacquone del cesso una volta per tutte. E di rimandare lo stronzo nelle fogne.