mercoledì 4 gennaio 2012

MANU CHAO - CLANDESTINO
Tanti anni fa, in un centro sociale marsigliese, ho conosciuto Manu Chao. Una gran bella persona. E non si pensi che sia impazzito. Che anche Bad Hands sa essere diverso da quella merda che sembra ogni giorno mentre inveisce contro parecchi se non tutti. Ma Manu era, e spero sia ancora, veramente una bella persona. Che, all’epoca, non aveva ancora iniziato la carriera solista ed era in tour coi Mano Negra e la loro Patchanka, quel cocktail di punk e reggae che ha fatto ballare (senza smettere di pensare) un’intera generazione di sognatori. Ed era dei Mano Negra, a dire il vero, che avevo deciso di postare qualcosa oggi. Perché sono una pietra miliare della musica di questi ultimi decenni. Ma poi ho optato per Clandestino. All’ultimo istante. Perché ho scoperto che gli immigrati nel nostro paese producono 6 miliardi di € di Irpef. Mentre il mio idraulico nemmeno uno. E mi sono domandato che paese saremmo se regolarizzassimo anche i clandestini. Che il mondo è di tutti e non dovrebbero servire pezzi di carta per viverci. Che con la carta, ora che non serve più nemmeno per scrivere, resta solo da pulirci il culo.
Così Manu mi aveva fatto appassionare. Lui tanto caldo. Io così freddo. Lui ben educato. Io proprio sboccato. Diversi, insomma. Ma uguali. Perché anche lui era un ragazzo bianco cresciuto tra maghrebini. Anche lui era incazzato come una biscia. E, quindi, aveva visioni aderenti alle mie. Così state per scoprire che Mano Negra e Manu Chao sono le sole discografie complete di artisti non metal o punk che io posseggo. Segno che le idee uniscono sempre. E questo Clandestino, signori, dite quel che cazzo volete ma resta un disco epocale. Perché è stato il lavoro che ha portato certi temi alla luce del sole e alla visibilità di tutti. Ed è l’evidenza che se hai cose interessanti da dire non serve un riff di 15 minuti per dirle. Così, alla fine, Manu è il più punk di tutti, delle tante creature con la cresta. E fidatevi di me. Deliziatevi qui.