martedì 8 novembre 2011

SADIST - TRIBE
Genova è una delle città in cui ho vissuto e che mi è rimasta nelle vene. Probabilmente perché, essendoci rimasto per poco tempo, ha fatto di me un innamorato senza ragione, o forse per il carattere della sua gente, o magari per quel mare che mi è sempre mancato da quando ho dovuto lasciare Saint-Lazare. Fatto sta che, nel mio peregrinare verso una Roma blasfema, la Superba è stato il posto in cui mi sono sentito più me. E, se il suo ardore marinaresco si respira facilmente, meno nota è la fierezza delle sue genti che in questi giorni sono tornate di nuovo sul campo di una battaglia di cui mi sono infinitamente dispiaciuto. Perché sarà pur vero che Genova ha perso la sua verve operaista, ed è altrettanto vero che sta mutando in una città borghese che i giovani devono necessariamente disertare. Ma chi resta è pur sempre figlio di una medaglia d’oro per la Resistenza e di una gloriosa repubblica che si inchiappettava il mondo per i mari. Mettiamoci poi che da Genova non sono soltanto partiti i mille matti che hanno fatto l’Italia, ma anche tanti moti che ne hanno contrastato, con più o meno efficacia, la sua ri-fascistizzazione. E ciò ci fa intuire che razza sia il genovese. Che fa una focaccia coi controcoglioni, il pesto coi pinoli, e sembra sempre pacioso per quanto scorbutico. Ma, quando ci sono mani da menare, si sveglia dal torpore e si porta sempre sulla prima linea.
E invece io, ora, sono qua. Che non li posso aiutare perché sono diventato un blogger di merda e, per il resto, una persona normale piena zeppa di cazzi suoi. Ma gli sono tanto vicino che stasera mi metto nelle orecchie qualcosa di superbo. Ossia i talentuosissimi Sadist, che dagli inizi degli anni novanta partoriscono musica di notevole livello sebbene troppi non se li caghino. Mica a caso i Sadist sono una cult band all’estero. Ma chi cazzo se ne frega delle polemiche, oggi. Veniamo a questo lavoro, per me il loro migliore, forse anche per il ricordo di una sera che a Milano li sentii di spalla ai Black Guardian. Fatto sta che Tribe ha il pregio di coniugare riff estremi ed articolati con pause melodiche di una tastiera molto rapace, direi grifona. Ed io, che odio la tastiera, non posso non ammettere che i Sadist sanno così celebrare tutta la disperazione della morte come nessun norvegese saprebbe fare. Perché di questo si parla in questi giorni. A Genova. Di morte. Sappiate dunque che questo è uno dei lavori più belli del death italiano. Che ha già i suoi annetti e che se li porta ancora bene. E, siccome, ne è uscita da poco una ristampa, vi consiglio di approfittarne qui.