martedì 30 agosto 2011

I GOT MY MOJO WORKING
Ieri sera sono uscito per un’allegra bicchierata ma non ho potuto non riflettere sul fatto che ormai siamo diventati talmente coglioni che, anche quando vogliamo sciropparci un cocktail, decidiamo di seguire una moda. Così succede che alcuni drink che andavano per la maggiore anni addietro adesso risultino completamente spariti, perché si è perfino persa la ricetta. Mentre, ed è il caso di altri, proprio come in ambito fashion, ogni tanto spuntano fuori i revival. Ed un caro estinto torna in vita per un po’, fino al prossimo cambio di stile. Così quest’anno è tornato sulla rampa di lancio lo spritz che in Italia, in realtà, arrivò per la prima volta già ad inizio novecento con l'occupazione austriaca della zona del Piave. E che comunque è solo acqua e vino. Ma, aggiungendoci due gocce d’Aperol, diventa un bicchiere che non bastano 7 euri per compiacere una sanissima sete.
Il boom del Mojito, invece, è una cosa a parte. Almeno per me. Perché è un cocktail che mi ha sempre affascinato per la laboriosità della sua preparazione. Ma diciamocelo altrettanto onestamente. Anch’esso è un cocktail di merda. Ti riempiono mezzo bicchiere di vegetali, il restante mezzo di cubetti di ghiaccio, poi ci fanno due sborrattine di soda e uno schizzetto di rum bianco che alla fine da’ al bibitone una limitatissima gradazione alcolica. E, dunque, non si beve un bel cazzo.
Però la sua preparazione è una figata. Soprattutto se la esegue una favolosa bionda con lunghe gambe da fenicottero incastonate su scarpe rosa con i tacchi del 12. E se c’ha gli shorts. Perché la variante europea del noto drink cubano prevede che il lime vada pestato in fondo al bicchiere. E l’azione di pestaggio va eseguita con una certa forza che determina sempre lo slancio in fuori e l’innalzamento all’insù delle preziosissime natiche della barista.
E poco importa se, alla fine, la ragazza mette il Pampero, ossia un rum venezuelano in un cocktail dell’isola di Fidel. Poco importa se, alla fine, c’hai più foglie che alcool nel bicchiere. Poco importa se il drink ti viene servito in un bicchieraccio di plastica per via delle reprimenti ordinanze comunali che bandiscono il vetro. E poco importa se una cannuccia e due rametti di menta decorativi in surplus ti fanno sentire tanto frocio. Importa solo lo spettacolo offerto da quel culo che sembra voglia ad ogni costo prendere il volo. Mentre tu, rincoglionito dallo show oltre al bancone, non puoi che domandarti se il termine mojito non derivi per caso proprio da mojo. Perché quello è l’incantesimo del mojito. Fammene uno tesoro. E Mr. Mojo risin’.