venerdì 5 agosto 2011

L’ISOLA CHE C’È SEMPRE
Tutti dovrebbero averne una. Ed io il culo di avercela ce l’ho. Anche se nella realtà non è proprio un’isola perché ha un lato asciutto. Ma tale mi è sempre piaciuto considerarla. Prima di tutto perché il lato secco è davvero striminzito. Poi, perché subito innanzi ce n’è una. Di isola. Vera. Altrettanto bella. Ma la MIA isola è lei. Un tratto di scogliera poco dopo Cassis. Non a caso una riserva naturale. Il posto dove ho preso quasi tutte le mie decisioni più importanti. Dove spesso sono scappato e da dove sono sempre partito e ripartito.
Ed è lì che ho dato il primo bacio alla maghrebina con gli occhi blu. E lì le diedi pure l’ultimo. È lì che il sole scende sotto la linea del mare producendo strambi e psichedelici colori. E quello è il posto dove pure una canna sembra più buona e dove la mia mente allenta la presa, spalancandosi su stati d’animo spesso fantastici e bislacchi ma che mi concedono ogni volta la lucidità e il superpotere per sopravvivere.
Così ci penso sempre. A lei. Ogni volta che sono in difficoltà. Quando arranco. Io devo assolutamente tornare là. E, se posso, ci vado. Ricordo di esserci stato anche il giorno che mi sono laureato. Sbronzo marcio. Ho preso la moto e da Torino ho viaggiato tutta la notte per arrivarci all’alba. E lei era lì. Con le sue rocce rosse come il sangue che ti ravviva nelle vene. Ed il mio oggi s’è fatto quella mattina. Con quel sole nascente tutto girato all’incontrario.
E adesso sono di nuovo in partenza. La mia isola mi aspetta ancora. Sarà lì. E so che tornerò col pieno di un combustibile senza prezzo.
Lasciandovi per un po’ non posso però che ringraziarvi per quello che siete. E so pure che mi mancherete. Ma vaffanculo i languidismi. E smettiamola qui. Vi lascio un disco. E so che vi stupirà soltanto perché non ve lo aspettereste da me. Ma sappiate che io non sono solo carnivoro. Ogni tanto mangio pure la frutta. Ed è questo è il caso. Buddha Bar XIII.