lunedì 1 agosto 2011

UNHOLY GRAVE - INHUMANITY
Quando sono all’estero, cerco sempre di portare a casa qualche prodotto musicale locale. E spesso parto già con delle idee in testa. Ma quando mi sono imbarcato per Osaka non avevo percezione di quello che avrei trovato laggiù. In fondo sapevo che il Giappone aveva una favolosa scena hc. Ma nulla più. Tutto il resto era da scoprire. E la cosa era elettrizzante. Mi affascinava un casino l’occasione di sverginarmi sul metallo del sol levante.
Però, gironzolando nelle mie rare ore d’aria all’ombra di grattacieli che sembravano non aver fine, raramente mi sono imbattuto in quei negozietti che mi piacciono tanto. Solo grandi catene più o meno note anche nel mondo occidentale. Con pochissimo da curiosare. Finché non ho scoperto le Live House. Che sono piccoli locali con piccolissimi palchi, dove suonano gruppi punk e metal di qualità non sempre eccelsa. E dove la figata è che i concerti iniziano già alle tre del pomeriggio. Per arrivare fino alla mezzanotte.
Al Namba Rockets, un buco sepolto sotto ai binari della ferrovia, mi prende in simpatia un certo Roku che mi fa da Cicerone. Spalanca un uscio e mi porta sul retro. Pensavo che mi avrebbe fatto vedere la sua collezione di spade da samurai. E invece. Mi si spalanca innanzi tutto un ben di dio di plastica diventata musica. Tutto il metal e il punk giapponese in una sola stanza. E divento come un bambino. Prendo a caso. Non ci capisco un cazzo con tutti quegli ideogrammi. E scelgo guardando le figure. In base alla copertina. Ma c’è pure la possibilità di fare degli ascolti. E mentre su di sopra c’è un gruppo che sta sprigionando tutta la sua energia, io mi metto una cuffia e ascolto.
Alla fine mi porterò a casa 10 pezzi. Che non ho ancora finito di sentire. Ma gli Unholy Grave mi aggradano parecchio e ve li segnalo. Hanno già prodotto un centinaio di split, EP ed LP e sono forse uno dei più grandi gruppi grind del pianeta. Non esagero.
Ovviamente la loro devozione all’underground, pur encomiabile, fa si che il materiale non sia sempre all’altezza del talento. Ma questo grind, vagamente spruzzato di punk e di death, non ha bisogno di alchimie da studio. L’impatto è forte. L’attitudine tanta. E tal Komatsu letteralmente vomita nel microfono. Grezzo da non poter non colpire nel segno. Quindi esco da quell’antro assolutamente soddisfatto. Anche se ho pagato 3 merdosi yen di consumazione per ascoltare solo dei ciddì. Sono contento. Goduto. E fa niente se mi sono perso quei tipi sul palco, così violenti da ferirsi addirittura un labbro col microfono. C’è sangue. Esco.
E vi porto questo disco qua.