giovedì 21 luglio 2011

HO ASPETTATO 10 ANNI
…per dire la mia su quei fatti. Dieci anni a partire dall’ultimo giorno. E le ragioni non me le so spiegare. Ma è come se ogni volta che ho provato a farlo mi assalisse un blocco. Come se fosse qualcosa più grande di me. Come se stessi per andare a profanare un cimitero. Forse perché, in fondo, un cimitero lo era stato davvero. Forse perché ero presente e mi è sembrata una cosa più grossa di tutte le altre, pur simili. Sta di fatto che ogni volta che mi sono messo a scrivere qualcosa su quei giorni passati a Genova tra il 19 e il 21 luglio di 10 anni fa, ho poi accartocciato tutto facendone carta da culo.
E, a dire il vero, non me la sento neppure stavolta. Resta materia che mi scuote ancora. Anima. Cuore. Testa. Eventi che mi hanno segnato a tal punto da ritenerli cardinali per il mio modo di pensare oggi. Che grosso modo è quello di allora. Quello che mi portò su quelle strade. Ma che, a differenza di allora, parte dal presupposto che per ottenere quello che è giusto avere serve solo la violenza. Le parole non contano più un cazzo.
Insomma, quei giorni mi hanno cambiato la vita. Anche se abbiamo perso. Perché mi hanno aperto gli occhi. Ed ora so che la democrazia è solo roba per anziani signori che chiacchierano seduti all’ombra dei propilei. E so che qualche stato civile potrà pure esistere ma bisogna cercarlo ad altre latitudini. So pure che gli italiani hanno il manganello nel sangue e nessuno riuscirà mai a sradicarglielo. E so che chi indossa una divisa è solo un delinquente con la ceralacca della legalità.
Qualche giorno fa, parlando con un’amica, mi è capitato di consigliarle un vecchio film. Garage Olimpo. Gli anni bui della dittatura militare argentina. Grandiosa pellicola su una vergogna mondiale assai poco documentata. Come quella cilena. Come quella italiana.
Perché in Italia è come in Cile. Nessuno ha mai osato misurarsi con quei giorni. Esiste una bella canzone di Guccini. E nulla di più. Solo il silenzio. E mi pare strano, visto che noi facciamo film su tutto e su tutti. Sulla Burundia e sulla Cazzundia. Per l’Amazzonia e per la pecunia, avrebbe detto proprio il più grande dei genovesi che ha avuto la fortuna di morire poco prima. Perché noi siamo fenomeni a raccontare degli altri. Ma il nostro schifo non lo documentiamo mai. Siamo i principi del silenzio. Meglio scordarsi tutto. In attesa che cose del genere accadano di nuovo. Ed accadono. Quotidianamente. Anche quando un ragazzo in gabbia per uno spino muore pestato a sangue dalla polizia.