martedì 5 luglio 2011

MERDA DI CAVALLO
Me li ero colpevolmente persi nel 2005. E pure nel 2007. Perciò ho fatto i salti mortali per andarli a vedere ieri sera al Rock in Roma. Ma niente. I Dream Theater hanno ormai più di vent’anni e si sentono proprio tutti. Sono deluso. Affranto. Rosico come un castoro. E non mi va nemmeno di fare una recensione. Tanto c’è chi la farà meglio di me. E ci sarà pure colui che, abbacinato dal fanatismo, non saprà che pronunciarsi benissimo.
Io vi dirò solo che mi sono anche perso gli Anathema per un drammatico ritardo maturato sull’Appia Nuova che ha meno scorrevolezza di quella Antica, ma ho potuto quantomeno gustarmi dei favolosi Gamma Ray, segno che gli anni passano ma, evidentemente, non per tutti nella stessa maniera. Dipende solo da come vuoi farli passare. Tutto qui.
Però è un’altra la considerazione che volevo fare. E mi riferisco ai luoghi destinati al metal nella città in cui abito e lavoro. Urbe che da sempre relega in piccolissimi e volenterosi club gli avvenimenti più interessanti. E che proprio non sa o non vuole accogliere il solo grande dio del metallo, quasi fosse in contrasto (e spesso lo è) con quell’altro dio blasfemo che in essa dimora.
La realtà è che qualsiasi stronzo venga a vociare nella capitale si trova sempre catapultato in un bel teatro. Se viene un frocetto che ha vissuto un po’ di gloria qualche decennio fa gli spalancano le porte dell’Auditorium. Se arrivano i papisti irlandesi o la rockstar dimissionaria si apre addirittura il sipario dello stadio Olimpico. Una qualsiasi troietta americana che viene a sculettare per cinque minuti viene proiettata nell’archeologia e nella storia del Circo Massimo. Ma se arriva una band di metal, la si confina sempre in un posto di merda. Che, se l’appuntamento è invernale, di norma è il Palalottomatica. L’acustica di merda fatta palazzetto. Se, invece, il concerto è estivo, si finisce per calpestare merda di cavallo all’ippodromo delle Capannelle.
Così mi viene in mente il mio caro Buko. Che io non ho mai visto una gara di cavalli in vita mia. Ma mi fido di lui. Che voleva essere seppellito vicino ad un ippodromo per sentire per l’eternità i brividi della volata finale. Io ci ho provato. LaBrie e Petrucci ci hanno provato pure loro. Ma un cazzo. Io non ho sentito nessun brivido.
E torno a casa scontento. E puzzo. Di birra, fumo e merda di cavallo.
Grazie Dream. Grazie Roma.
Charles Bukowski: The Soldier, His Wife & The Bum