mercoledì 22 giugno 2011

POTERE ALLA PAROLA
In quanto apolide ho vissuto in tanti posti. Ma di nessuno ho seriamente imparato la lingua perché non sono mai stato portato per le lingue, soprattutto per quelle parlate. Però mi piace ascoltarle. E notarne le peculiarità che, se risultano efficaci, riesco subito a fare mie.
Vivendo per un po’ a Torino, a dire il vero, non mi aveva conquistato la parola piciu, troppo difficile, troppe u. Ma sicuramente mi sono invaghito di ogni altra definizione locale del cazzo che fosse in voga nelle città in cui ho abitato in seguito. Ossia di tutte quelle paroline briose che spesso vengono adoperate con accento bonario ed affettuoso ma che sanno assumere, nel contesto giusto, un favoloso senso dispregiativo.
Ad esempio, il pirla milanese ed il belìn genovese sono due nobili perle gergali che, a mio avviso, andrebbero subito incastonate nel vocabolario nazionale dall’Accademia della Crusca. E non da meno sono le loro derivazioni che io uso correntemente nonostante abbia lasciato da anni le città di origine. Ciò vale per pirlone, belìnone, belìnata, tutte cose geniali che fanno ormai parte della mia gergalità corrente.
E a Roma? A Roma un cazzo. Perché a Roma si da’ pane al pane e vino al vino, e quindi il cazzo è il cazzo. E basta. E non esiste una paritetica espressione dialettale che sia all’altezza di essere usata come surrogato. E mi pare pure giusto.
Ma anche a Roma c’è un’espressione che mi fa impazzire. Qualcosa che ho subito fatto mia non appena questa città mi ha accolto. Un’espressione totale. Globale. Esaustiva. E il termine in questione sono tutte le coniugazioni del verbo rodere. Tutto nasce dal “mi rode il culo” che diventa semplicemente un “mi rode”. E non esiste nulla di migliore nella lingua italiana che sappia esprimere un concetto così alto in così poche lettere messe insieme. Mi rode. Punto.
Quindi, se Xtc va vedere il Gods ed io non ci posso andare, mi rode. Qualcuna meno brava di me mi ha fregato un’opportunità solo perché fai i pompidou al capo? Mi rode. E chi più ne più ne metta.
Con ciò termina la mia povera esaltazione odierna del romanesco. Vi lascio sto monologo che mi rendo conto essere del cazzo e, poiché mi rode, passo e chiudo.