mercoledì 15 giugno 2011

AMON AMARTH - SURTUR RISING
L’aereo sta per partire. Allacciate le cinture e spegnete i cellulari. Addrizzate i sedili e spegnete i cellulari. Spegnete i cellulari. Spegnete quei cazzo di cellulari! Digrigna l’hostess con l’arroganza di chi sa di avere uno stacco di coscia non indifferente…
Davanti a tanta decisione. A tanto impeto. Innanzi a quel carisma di nylon, anche io obbedisco. Poi lei si quieta ed entra in cabina di pilotaggio ad eseguire, sicuramente con dovizia, le sue funzioni di seduttrice del comandante.
Solo che a me non me ne fregava un cazzo di niente del telefono. Non avevo mica chiamate da fare. Volevo solo ascoltare il nuovo disco degli Amon Amarth. Ma vabbé, l’uccello di metallo si stacca dal suolo, e plin!!! Adesso posso di nuovo accendere. E sia benedetto quell’irlandese che, invece di strafogarsi di Blackbush, un giorno ha deciso di inventare l’mp3.
Ora sono a posto. Cuffiette. Spuntino liofilizzato della compagnia di bandiera. Salviette al mentolo che ti prude il culo solo a prenderle in mano. E questo lavoro degli Amon che sembra proprio ben fatto.
Certo, l’attesa che lo aveva avvolto non poteva che determinare un po’ di luci ed ombre sul giudizio complessivo. Ma quello che importa è che i cinque vichinghi del death siano riusciti a stabilizzarsi su uno standard medio-alto senza precipitare dal trono su cui si sono eretti da quasi vent’anni.
E poi... è proprio musica fatta per volare. E questo è reso evidente fin dal primo ascolto della devastante “War of the gods”. Mentre le nuvole scemano. E resta un cielo aperto. Con un tramonto tutto rosso di vergogna che sembra volersi nascondere dietro al Monviso. E poi giù.
Finché… plin!!! Di nuovo. Preparatevi per l’atterraggio. Allacciate le cinture. Spegnete i cellulari. Signori. Per favore. Il comandante deve aver fatto il suo dovere con perizia. Le autoreggenti della hostess hanno delle smagliature. Io, invece, non ho ancora finito l’ascolto perché 48 minuti di metallo sono troppi per un volo tanto breve.
Perciò, se mi volete dire come finisce, tendete un’orecchia qui.