lunedì 7 febbraio 2011

PEARL JAM - TEN
Oltre alla figa, a me sono sempre piaciute le moto. Ero però molto giovane, senza dinari, e, soprattutto, senza la possibilità di accedere al portafoglio familiare visto l’odio di mia madre per una due ruote coi controcazzi.
Allora giocavo a calcio. Ma senza convinzione perché era fin troppo evidente che il talento per farlo non mi appartenesse. Ed ancor meno era la voglia di trascorrere ore in calzoncini corti su un freddo campetto di periferia.
Così mi scazzavo, peggiorando ad ogni allenamento la mia già precaria posizione nello spogliatoio.
Finché un giorno di fine inverno, mentre mi stavo recando alla mia quotidiana seduta di merdosi giri di campo, mi sono fermato ad un negozio di musica per vedere se c’era qualche disco nuovo in ascolto. E ne trovai uno che non potevo sapere che nel seguito sarebbe diventato una pietra miliare del rock, una tendenza vera propria, un atteggiamento, un movimento culturale e non solo musicale.
Venni rapito. La forza di quell'album era il suo essere (ancora oggi) fortemente anacronistico. Niente punk. Zero metal. Nessuna contaminazione. Era solo l'hard-rock degli anni 70 riportato in vita ma era pure il disco che spazzava via in un colpo solo tutto il rock glamour e senza sostanza alla Bon Jovi & Co. che imperava in quegli anni.
A sedurmi era poi la sincerità dell’opera, tragica, amara, intimista, e il cantato quasi doloroso del vocalist che con voce ora cavernosa ora potente cantava così bene la tragedia americana.
Fui letteralmente sconvolto da quel lavoro. Così a quell’allenamento non arrivai mai. E la mia carriera calcistica terminò quel giorno.
Ed ora mi trovo spesso a domandarmi che cazzo sarebbe successo se in un giorno di fine inverno anche Zizou Zidane avesse ascoltato Ten dei Pearl Jam in Rue Trois Mages.
Afferra qua.