mercoledì 5 gennaio 2011

FABRIZIO DE ANDRÉ - NON AL DENARO NON ALL'AMORE NÉ AL CIELO
Dovevo aspettare. Quindi accesi una sigaretta e mi misi a guardare i manifesti appesi alle mura sul viale.
Già, in questi giorni ricorre l’anniversario della dipartita del grande Faber, il vero maestro unico, Gelmini permettendo. Ed io me la ricordo la sua morte. Cancro. Di quello fulminante. Me la ricordo proprio perché fu veloce, fulminea, quasi istantanea. E perché lasciò un vuoto incolmabile in un gennaio già gelido di suo.
Non per questo, però, sono favorevole a tutte le liturgie che gli verranno tributate in questo periodo. Mostre del cazzo, libri-contenitore delle sempre medesime stronzate, book fotografici su una persona molto schiva e per nulla affezionata alla sua immagine e, soprattutto, ciò che davvero è vomitevole sono gli pseudo-concerti tributo di pseudo-cantanti tributanti che tra un carosello ed un festivalbar si ricordano che sono esistiti i poeti veri.
No, non è così che si colma un vuoto. Un vuoto, poi, è un buco e, come tale, vuoto deve rimanere, teste di cazzo! Siete forse ossessionati dal dolore d’averlo conosciuto troppo tardi? Siete delusi d’aver sentito Storia di un Impiegato per la prima volta quando c’erano già la Jervolino e la Bindi? Bene, siete delle vere merde come lo sono io, però fatevene una ragione perché non potrete mai più recuperare il tempo perduto e vi resta solo da mettere su uno dei suoi dischi. E sentire lui. Tutto il resto è solo merda.
Propongo, quindi, questo lavoro, un album a tema non del tutto originale perché, come noto, pesca molto da Spoon River ma farcito di una poesia che non trovi nemmeno in Edgar Lee Masters.
E, come al solito, il maestro ci spiega anche tante cose. Una su tutte, che nessuno di noi è un’anima candida. Mai.
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