mercoledì 31 agosto 2011

MORBID AXE - GRIND UP YOUR ASS
Ieri sera ho guardato il tiggì. Perché bisogna tenersi aggiornati, anche se tutt’attorno orbitano solo palle di merda. Ma erano un po’ di giorni che non seguivo i fatti mondiali e nazionali. E, siccome se non sei al corrente delle cose ti si inculano meglio, ogni tanto è doveroso ciucciarsi una mezzoretta di informazione. Sebbene sia sempre completamente avariata.
Come ovvio, un ampio spazio era dedicato alla manovra. Indubbiamente sodomizzante ma non è che le precedenti non lo fossero mai state. Nessun sacrificio per i ricchi. Inculatine sparse per tutti gli altri. Poi c’era la Libia. E, sinceramente, non me ne fotte un cazzo. Quella merda di Gheddafi avrebbe già dovuto penzolare da qualche albero sperduto nel deserto. Ma forse in Libia non ci sono alberi o, più probabilmente, qualche forza occulta d’occidente preferisce salvargli il culo per motivi che sono misteriosi come i misteri che il coglione custodisce. Poi è venuto Scajola. Mica uno qualunque. Solo un tipo a cui ignoti devolvono case con vista sul Colosseo. Ossia un fenomeno. Che tutto il mondo invidia per le sue naturali capacità. Perché quelli normali sono così stronzi da pagare 5000 € al mq per della periferia di merda. Ma lui no. Ed è giusto che fosse la terza news in ordine di importanza. Occhio di bue sui fenomeni! Infine c’era la questione delle aree Falck di Sesto. Tangenti. Si. Di nuovo loro. O sempre loro. Visto che lo constato spesso pure io, e fin dal mio primo lavoro, che si profondono spesso dieci percenti a destra e manca senza mai un perché. E la sinistra è sempre coinvolta. Ignobilmente. Salto dunque il tempo. Il bollino nero appiccicato alle autostrade. E passo al soggiorno. Che ci vuole qualcosa di cazzuto. Di rabbioso. Che descriva bene un sentimento che è al contempo di odio e di schifo. Serve qualcuno che vomiti rock’n’roll.
E i Morbid Axe sono bravi, porcoccane. A mio avviso sono tra le migliori band in circolazione sul genere crust. Riempiono gli spazi di riff massacranti. E viene da domandarsi perché abbiano un solo lavoro all’attivo. Perché circolano dal 2003 ma abbiano prodotto solo sto lavoro nel 2007. E forse ci sarà qualche altro EP sparso qua e là. Ma io non ne sono al corrente. E loro sono bravi ma un po’ pigri. Però direi di perdonarli questi ragazzi. Perché sentite qui



martedì 30 agosto 2011

I GOT MY MOJO WORKING
Ieri sera sono uscito per un’allegra bicchierata ma non ho potuto non riflettere sul fatto che ormai siamo diventati talmente coglioni che, anche quando vogliamo sciropparci un cocktail, decidiamo di seguire una moda. Così succede che alcuni drink che andavano per la maggiore anni addietro adesso risultino completamente spariti, perché si è perfino persa la ricetta. Mentre, ed è il caso di altri, proprio come in ambito fashion, ogni tanto spuntano fuori i revival. Ed un caro estinto torna in vita per un po’, fino al prossimo cambio di stile. Così quest’anno è tornato sulla rampa di lancio lo spritz che in Italia, in realtà, arrivò per la prima volta già ad inizio novecento con l'occupazione austriaca della zona del Piave. E che comunque è solo acqua e vino. Ma, aggiungendoci due gocce d’Aperol, diventa un bicchiere che non bastano 7 euri per compiacere una sanissima sete.
Il boom del Mojito, invece, è una cosa a parte. Almeno per me. Perché è un cocktail che mi ha sempre affascinato per la laboriosità della sua preparazione. Ma diciamocelo altrettanto onestamente. Anch’esso è un cocktail di merda. Ti riempiono mezzo bicchiere di vegetali, il restante mezzo di cubetti di ghiaccio, poi ci fanno due sborrattine di soda e uno schizzetto di rum bianco che alla fine da’ al bibitone una limitatissima gradazione alcolica. E, dunque, non si beve un bel cazzo.
Però la sua preparazione è una figata. Soprattutto se la esegue una favolosa bionda con lunghe gambe da fenicottero incastonate su scarpe rosa con i tacchi del 12. E se c’ha gli shorts. Perché la variante europea del noto drink cubano prevede che il lime vada pestato in fondo al bicchiere. E l’azione di pestaggio va eseguita con una certa forza che determina sempre lo slancio in fuori e l’innalzamento all’insù delle preziosissime natiche della barista.
E poco importa se, alla fine, la ragazza mette il Pampero, ossia un rum venezuelano in un cocktail dell’isola di Fidel. Poco importa se, alla fine, c’hai più foglie che alcool nel bicchiere. Poco importa se il drink ti viene servito in un bicchieraccio di plastica per via delle reprimenti ordinanze comunali che bandiscono il vetro. E poco importa se una cannuccia e due rametti di menta decorativi in surplus ti fanno sentire tanto frocio. Importa solo lo spettacolo offerto da quel culo che sembra voglia ad ogni costo prendere il volo. Mentre tu, rincoglionito dallo show oltre al bancone, non puoi che domandarti se il termine mojito non derivi per caso proprio da mojo. Perché quello è l’incantesimo del mojito. Fammene uno tesoro. E Mr. Mojo risin’.