lunedì 31 gennaio 2011

DIRITTO CONTRO A UN MURO
Devi morire. Anzi no, devi soffrire. Anzi no, devi morire ma prima devi soffrire le più grandi pene previste dal peggiore inferno che sia mai stato immaginato. Ti voglio morto. Morto. Morto. Ma di una morte lenta. Un pigro trapasso che ti veda strisciar nudo tra indicibili dolori, fisici e non solo.
Perché, in fondo, solo la morte sa aggiustare sempre tutto. Solo la morte è il grande meccanico, il migliore dei tecnici disponibili su piazza. Ma solo la sofferenza data paga con l’interesse di un conto in rosso.
Così ora ti dipingo un po’ l’immagine del lieto evento.
Dritto. Diritto contro a un muro. Come nella canzone dei Negazione. La tua testa contro a un muro e solo dopo, rimbalzando dall’altra parte della carreggiata, le tue gambe ben infilate tra un guardrail di acciaio inflessibile e quella rugginosa 128 Sport che veniva in direzione contraria.
E ti salvi. Eh, si! Che culo, penserai. Sei vivo. Ma sulla sedia a rotelle in una città di merda come Roma dove per ogni metro ci sono due metri di cazzute barriere architettoniche. E dove c’è un sacco di fica ma il tuo cazzo, spiacente, non tira più come ne tempi andati…
La volevi tanto la mia moto vero? Ora scommetto che vorresti anche la mia spina dorsale. E invece no. Nemmeno il 5 per mille dono per quelli come te. Io lo devolvo sempre all’ENPA perché ho sempre amato più gli animali degli uomini.
Ma tranquillo. La sedia a rotelle non è per sempre. Verrà anche la morte. La tua. Ed io me la sono già prefigurata in alta definizione, merda. Merda a due ruote (ma non quelle della mia diletta, RIP).
Bastardo, porcodddioo.

sabato 29 gennaio 2011

venerdì 28 gennaio 2011

TEMPURA A COLAZIONE
In azienda c’è un momento che ho sempre detestato, più delle sfuriate del capo, più del rappresentante che viene a cercar di vendere merda con il fare da testimone di Geova. E sarebbe quello della pausa alla macchinetta del caffè dove, proprio come in Camera Café, si incontrano tutti i peggiori idioti che normalmente si cerca di evitare.
E il ventaglio di cazzate che tocca ascoltare è davvero molto ampio. C’è chi decanta la qual cosa, chi parla di calcio, chi di presunta figa e chi, molto più banalmente, occupa quel tempo a leccare il culo a qualcuno.
Ma la cosa che più mi sconvolge è l’esibizione della nulla per cercare di stupire. Ad esempio, oggi, una cogliona che dovrebbe usare la bocca solo per la sublime arte della fellatio, decantava l’abilità giapponese nel saper far fritti ad alta digeribilità. Ovviamente era una scusa per ostentare la sua settimana di ferie a Tokyo.
Ora… io so che il tempura sono cazzi fritti con la pastella. E che l’unica cosa che li distingue da un fiore di zucca, da un’oliva ascolana, da un cucullo o un baccalà risiede nel fatto che la pastella viene fatta con acqua freddissima e ciò consente all’olio della friggitura di non essere completamente assorbito dal fritto stesso.
È una cazzata. Fisica pura applicata alla cucina.
Eppure… tutti gli astanti erano a bocca aperta. Forse perché volevano che a bocca aperta ci si mettesse lei. Forse erano solo subliminali suggerimenti alla collega. Boh!
Ma nel dubbio, trovandomi tra maschi arrapati, ho evitato di raccontare la mia storia, di quando a Mogadiscio mi sono mangiato un’intera torta di termiti.
E, credetemi, era eccezionale.