martedì 3 novembre 2009

DOCUMENTI SCADUTI
Spalanchiamo bene le palpebre. E facciamolo tutti insieme. Perché ci stanno riempiendo occhi e capoccia di troie e di trans, ma non dobbiamo smettere di penetrare quel velo di schermo tirato su ad arte innanzi ad un fascismo latente di cui mai ci siamo liberati e che, poco a poco, comunque riaffiora, indomito, probabilmente impunito, come lo è sempre stato da quel glorioso giorno di Piazzale Loreto in poi.
Ma così come è facile accogliere il suono delle campane che attribuivano da anni il gusto per il cazzo con le tette all’ometto con gli occhi fini, il viso a triangolo e le narici prepotenti, è altrettanto necessario credere a chi ci fa notare che la repressione si sta incrudendo, dentro ma pure fuori alle galere. Perché non sono solo di questi giorni i morti ammazzati in mano allo stato, i linciaggi per un etto d’erba e la sbirraglia ricattatrice. No. Si sa che loro sono così, si è sempre saputo e credo che sia pure attendibile in uno stato di polizia. Ma le cose si sanno e si devono sapere perché succedono.
Ora, io ben comprendo che chi ha del talento da spendere non lo vada a sprecare nel bieco mestiere della guardia, concepisco pure che sia una professione usurante, anche se mi viene da ridere a scriverlo, ma è davvero necessario che il presidio della sicurezza d’una nazione debba essere assegnato proprio ai peggiori? O forse questi sono la migliore espressione del paese? Io non ci voglio credere. Non mi voglio arrendere a questa merda. No. No. No.
Tutto il mio disprezzo, insomma. Soprattutto per quella coppia di coglioni che domenica sera mi ha chiesto i documenti, con fare militare, con l’arroganza del prepotente, solo perché da mezzora stazionavo nel medesimo posto della città. Vaffanculo a voi. Che i miei documenti erano scaduti. Ma non ve ne siete nemmeno accorti. Imbecilli.